Frasi di Sant’Agostino, sull’amore , la vita e la fede.

La misura dell’amore è amare senza misura.

Sant’Agostino (Aurelio dal nome di famiglia) nacque il 13 novembre del 354 a Tagaste, municipio romano della Numidia nell’Africa proconsolare (oggi Souk-Ahras in Algeria), e terminò i suoi giorni il 30 agosto del 430 ad Ippona dove era vescovo, mentre la città veniva incendiata dai Vandali di Genserico. Nel IV secolo, dopo le riforme di Diocleziano, l’Africa romana era suddivisa in province sotto il vicarius che risiedeva a Cartagine. L’Africa proconsolare andava lungo la costa sino a Ippona (oggi Annaba) e all’interno fino a Tagaste, ai confini dell’Impero. Aurelio, dopo aver espletato gli studi della grammatica a Tagaste e a Madauros (città a circa 20 km da Tagaste, patria di Apuleio), nel 375 si portò a Cartagine a studiare retorica aggregandosi anche ai manichei (movimento intellettuale cristiano non accettato dalla Chiesa cattolica). Ivi, all’età di 17 anni, si unì ad una compagna (non ne conosciamo il nome) dalla quale ebbe un figlio – a cui più tardi, con il battesimo, diede il nome di Adeodato – e iniziò ad insegnare retorica. Nel 384 si recò a Roma per la sua carriera professionale di retore, anche richiamato dalla fama di una maggiore disciplina degli studenti rispetto a quelli di Cartagine. Ben presto, aiutato dai manichei, grazie ad un concorso addomesticato tramite il prefetto di Roma Simmaco, ottenne la cattedra di retorica a Milano, allora nuova capitale dell’Impero di Occidente, in cui si trasferì nell’estate del 384 e rimase sino all’anno 387 assieme alla madre Monica e alcuni familiari che lo avevano raggiunto. A Milano venne aiutato economicamente dal suo conterraneo Romaniano e spiritualmente dai sermoni del vescovo Ambrogio a cui assisteva e dai colloqui spirituali-culturali con il presbitero romano Simpliciano, divenuto poi successore di Ambrogio nell’episcopato (nel 397). In quei tre anni milanesi il giovane retore maturò la sua conversione al cristianesimo nella Chiesa cattolica. Fu battezzato per mano di Ambrogio la notte di Pasqua del 24 aprile del 387, prendendo anche il nome nuovo di Agostino, con il quale è passato alla storia.

 

 

Dal dubbio alla Verità
Il passaggio attraverso la fase del dubbio non fu per Agostino un semplice incidente di percorso, ma fu determinante per fargli trovare la via della fede. Secondo Agostino infatti, solo chi dubita è animato da un desiderio sincero di trovare la verità, a differenza di colui che non si pone nessuna domanda. È la consapevolezza della propria ignoranza che spinge a indagare il mistero; eppure non si cercherebbe la verità se non si fosse certi almeno inconsciamente della sua esistenza. Un tema, questo, di lontana ascendenza socratica e platonica, ma Agostino lo inserisce nell’ottica cristiana del Dio-Persona: è Dio stesso che fa nascere nell’uomo il desiderio della verità. Un Dio inconscio e nascosto che vuole farsi conoscere dall’uomo. Solo l’intervento della Sua grazia permette alla ragione umana di trascendere i suoi limiti, illuminandola. Ed è così che avviene l’intuizione: essa è un comprendere, e al tempo stesso un credere, che non avrebbe senso dubitare se non ci fosse una Verità che appunto al dubbio si sottrae; e che non si cercherebbe Dio se non Lo si fosse già trovato

 

Buona lettura

La misura dell’amore è amare senza misura
Sant’Agostino

 

Dove c’è amore non c’è bisogno del perdono, perché quando ami, ami e basta.
Sant’Agostino

 

Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle; e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi.
Sant’Agostino

 

La felicità è desiderare quello che già si possiede.
Sant’Agostino

 

Ama, e fai quello che vuoi.
Sant’Agostino

 

Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso. Tendi là dove si accende la stessa luce della ragione.
Sant’Agostino

 

La perfezione dell’uomo consiste proprio nello scoprire le proprie imperfezioni.
Sant’Agostino

 

Chi meglio dà, maggiormente riceve.
Sant’Agostino

 

Le parole non sono state inventate perché gli uomini s’ingannino tra loro ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei propri pensieri.
Sant’Agostino

 

Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime.
Confessioni

 

L’amore non si vede in un luogo e non si cerca con gli occhi del corpo. Non si odono le sue parole e quando viene a te non si odono i suoi passi.
Sant’Agostino

 

Ognuno è tale e quale il suo amore. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che dirò? Sarai Dio? Non oso dirlo, ma ascoltiamo la Scrittura che dice: Io ho detto: Siete dèi e figli dell’Altissimo.
Sant’Agostino

 

Talvolta chi è troppo perverso d’animo teme di capire, per non essere costretto a mettere in pratica ciò che può avere capito.
Sant’Agostino

 

Il modo in cui lo spirito è unito al corpo non può essere compreso dall’uomo, e tuttavia in questa unione consiste l’uomo.
Sant’Agostino

 

Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare.
Sant’Agostino

 

Vuoi essere un grande?
Comincia con l’essere piccolo.
Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo?
Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà.
Sant’Agostino

 

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico.
Sant’Agostino

 

Chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali, e il mio unico bene abbraccerei: te!
Sant’Agostino

 

Dio ti ha creato senza interpellarti, ma non ti salva se non c’è il tuo consenso.
Sant’Agostino

 

Il comando della volontà riguarda se stessa, non altro da sé. Quindi non è tutta la volontà che comanda; per questo il suo comando non si realizza. Se fosse tutta, infatti, non comanderebbe di essere, poiché già sarebbe. Il fenomeno straordinario perciò non consiste nel volere da una parte e non volere dall’altra, ma in una malattia dello spirito, incapace di ergersi tutto intero, in quanto sollevato dalla verità, ma appesantito dall’abitudine. Allora le volontà sono due, poiché nessuna è intera e nell’una è presente ciò che è assente nell’altra.
Confessioni

 

Venni a Cartagine, dove da ogni parte mi strepitava intorno una ridda di turpi amori. Cercavo un oggetto da amare, amando di amare, e detestavo la tranquillità e la via senza trappole, perché avevo un vuoto, dentro di me, di cibo interiore. Perciò l’anima mia era malata e, piena d’ulceri, si gettava al di fuori, sulle creature, miserabilmente avida di essere sfregata dal contatto con le realtà sensibili»
Confessioni

 

Fin dalla mia più tenera infanzia, io avevo succhiato col latte di mia madre il nome del mio Salvatore, Tuo Figlio; lo conservai nei recessi del mio cuore; e tutti coloro che si sono presentati a me senza quel Nome Divino, sebbene potesse essere elegante, ben scritto, ed anche pieno di verità, non mi portarono via.
Confessioni

 

 

Ma io, sciagurato, cosa amai in te, o furto mio, o delitto notturno dei miei sedici anni? Non eri bello se eri un furto; anzi, sei “qualcosa” per cui possa rivolgerti la parola? Belli erano i frutti che rubammo… ma non quelli bramò la mia anima miserabile, poiché ne avevo in abbondanza di migliori. Eppure colsi proprio quelli al solo scopo di commettere un furto.
Confessioni

 

Tali pensieri volgevo nel mio petto infelice, gravato da preoccupazioni tormentosissime, perché temevo la morte e non avevo trovato la verità. Pure rimaneva ferma stabilmente nel mio cuore la fede cattolica nel «Cristo tuo, Signore e Salvatore nostro», una fede ancora informe sotto molti aspetti, e fluttuante al di fuori della dottrina, eppure il mio animo non l’abbandonava.
Confessioni

 

Tardi ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori: lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di te; ti gustai ed ora ho fame e sete di te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della tua pace.
Confessioni


La questione della volontà

La disputa con Pelagio riguardava essenzialmente la natura della volontà. Contro di lui Agostino sosteneva che la volontà umana è stata irrimediabilmente corrotta dal peccato originale, che ha inficiato per sempre la nostra libertà. Quest’ultima consiste nella capacità, oramai andata perduta, di dare realizzazione ai nostri propositi, e va distinta perciò dal libero arbitrio, che è invece la facoltà razionale di scegliere, in linea teorica, tra il bene e il male. L’uomo, che è dotato di libero arbitrio, vorrebbe per natura tendere al bene, ma è incapace di perseguirlo, perché nel momento concreto della scelta la sua volontà si ritrova dilaniata: una condizione di duplicità che non gli consente di «volere» appieno, ma si può esemplificare piuttosto nell’espressione «vorrei volere». Soltanto Dio con la sua grazia può redimere l’uomo, non solo illuminando i suoi eletti su cosa è bene, ma anche infondendo loro la volontà effettiva di perseguirlo, volontà che altrimenti sarebbe facile preda dell’incostanza e delle tentazioni malvagie. Solo in questo modo l’uomo potrà ritrovare la sua libertà.

 

 

« Agostino non è soltanto un pilastro della cultura, della teologia e della spiritualità, ma anche l’uomo vivo che parla, da cuore a cuore, agli uomini del nostro tempo. »
Giuliano Vigini

 

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