Citazioni e sonetti di Pietro Aretino

Pietro Aretino (1492 – 1556), scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Mi dicono ch’io sia figlio di cortigiana; ciò non mi torna male; ma tuttavia ho l’anima di un re. Io vivo libero, mi diverto, e perciò posso chiamarmi felice. – Le mie medaglie sono composte d’ogni metallo e di ogni composizione. La mia effigie è posta in fronte a’ palagi. Si scolpisce la mia testa sopra i pettini, sopra i tondi, sulle cornici degli specchi, come quella di Alessandro, di Cesare, di Scipione. Alcuni vetri di cristallo si chiamano vasi aretini. Una razza di cavalli ha preso questo nome, perché papa Clemente me ne ha donato uno di quella specie. Il ruscello che bagna una parte della mia casa è denominato l’Aretino. Le mie donne vogliono esser chiamate Aretine. Infine si dice stile aretino. I pedanti possono morir di rabbia prima di giungere a tanto onore.

Buona lettura!

Chi non sa che la filosofia è simile a uno che favella sognando? Ella è una speculativa confusione che cinguetta in essempio e in oscurità, scrivacchiando in figure e in chimere, come le rivelazioni divine piovessero negli ingegni umani a vanvera; 

 

Da la culla, e non da la scola, deriva l’eccellenza di qualunque ingegno mai fusse.

 

 Guardatemi dai topi or che son unto.

 

 il mondo ha molti re e un sol Michelagnolo.

 

il soverchio de lo studio procrea errore, confusione, maninconia, colerà e sazietà.

 

l’arte è una nativa considerazione de l’eccellenze de la natura, la quale se ne vien con noi da le fasce.

 

La verità figliuola è del gran Tempo.

 

Qui giace il Giovio, storicone altissimo,  di tutti disse mal, fuorché dell’asino, scusandosi col dire: egli è mio prossimo

 

il pane e noi concorriamo insieme circa la famigliarità con l’universale, e sì come i dottori, i filosofi, i gentiluomini, i cavalieri, i signori, i conti, i marchesi, i duchi, i re, gl’imperadori e i papi, con ogni altra spezie di genìa, mangiano lui, così le medesime varietà di genti maneggiano noi. E ne la foggia che la sustanzia del pane su detto nutrisce le turbe che diciamo, resta in noi la volontà de le persone che ci adoprano; onde siamo or larghe, or misere, or piacevoli, or furibonde, or taciturne, or cicale, or facete, or ritrose, ora sapute e ora triviali.
(Carte: pp. 3-4)

 

Il cuore di colui che disputa di materie importanti, essulta ne la efficacia de la mente, la qual procrea i pensieri che formano le cose che poi distingue la lingua, caso che chi lo ascolta accenni con la intelligenzia di capire i sensi dei i concetti che esso prepara di esprimere.
(Carte: p. 9)

 

È pure uno strano spettacolo di toleranza quello di un fantaccino che, vestito da state nel cuor del verno, si reca giocando là dove la scalmana del perdere lo fa sudar di bel gennaio.  Ti pare egli che l’orare de i romitori sia di cotal sorte? e che il sobrio del digiuno e il desto de la vigilanza trapeli nel paracore con la sottogliezza del freddo che gli congela i mocci che gli escon dal naso, come i ghiacciuoli pendenti da i tetti? In cotal mentre il vento che soffia gli riarde in modo le membra che il vederlo è una pietà, e aggiunta la sì fatta miseria a la perdita de i dinari che si guadagna con le ferite e con la morte (avenga ch’ei lo sopporti con la somma del la pazienza su detta), chi è quel santificetur che lo pareggi di merito?
(Carte: pp. 18-19)

 

Due cose mantengono vive le creature: il letto e il giuoco; peroché l’uno è refrigerio de le fatiche e l’altro ricreazione de i fastidi.
(Carte: p. 61)

 

Il nascerci accomodato porta con seco la indiscrezione, la dapocaggine e l’ozio e il venire al mondo infantem nudum, la sollecitudine, l’industria e l’avertenza.
(Carte: p. 93)

 

Essi [i furiosi] frequentano l’arte del giocare per abituarsi ne la rigidezza del dispetto, accioché il lor fronte, ottenebrato da i nuvoli de lo sdegno, spaventi ognuno che si move a dimandargli grazie.
(Carte: pp. 98-99)

 

Guardisi a tutte le cose e, se in ognuna non si trova da fare, tengansi solo le nostre per ladre e per traditore. Ecco, nel mondo non ci è maggior piacere che il vivere e, benché i suoi guai lo travagliono di continovo, non si dee però dir male de la vita. Chi contasse le pioggie, le grandini, i venti, le nevi, i nuvoli e le nebbie intravenenti ne l’anno, avanzerien forse i sereni con che il sole e la luna illustrano i suoi dì e le sue notti; né per ciò resta che tutte quattro le stagioni insieme non lo faccino giocondo.
(Carte: pp. 159-160)

 

Non ragionamo a la carlona e il nostro uscire spesso del solco è la luna a cui abbaiano i cani pedanti.
(Carte: p. 193)

 

Il bello animo è il tesoro di chi l’ha tale e il disprezzar le ricchezze dee tenersi per grande entrata; e chi, giocando, tolera la perdita, diventa savio, che altro è che parere, e in vero i posessori de i danari vengon detti saputi sì perché altri gli adula, sì perché la loro massa così fa parergli.
(Carte: pp. 195-196)

 

Puossi giocar senza peccato, ma puttaneggiar non miga.
(Carte: p. 226)

 

Il tornare e il ritornare a i casi nostri, non è altro che un provare e riprovare che noi siamo e buone e ottime a chi ci usa e adopra bene e per bene, osservando le otto leggi esplicate di sopra; o, se pur si rompono giocando secondo il desiderio e non co’l modo de la ragione, mostrisi nel perdere e nel vincere la fronte ferma de la verace costanzia, imitando la suprema eccellenza del senno che stabilisce il magno de l’animo del signor Girolamo Martinengo, isplendore de la splendida isplendidezza.
(Carte: pp. 278-279)

 

Or non pure il giuoco e la milizia, ma la sanità, la ricchezza, la forza e la beltade, non si usando con i mezi dovuti, doventarieno mali.
(Carte: p. 283)

 

 il danaio che si spende è sterile, e quel che si giuoca fruttifero.
(Carte: p. 291)

 

Io vorrei dir la donna ch’ebbe il vanto
di leggiadra et angelica bellezza,
la qual l’amato ben sospirò tanto
che depose la gioia e l’alterezza,
et imparato a pianger con quel pianto
che ad altri insegnò già la sua durezza:
Medor pur chiama in suon languido e fioco,
che non l’ascolta e ‘l suo mal prende a gioco.

 

Seguitava la donna e dir volea
il nome suo e come disperata
partì, morto il suo dio, con pena rea
mentre istoria sì dura ha racontata,
ma le parole in bocca le rompea,
facendo a punto ne la selva entrata,
un rumor che direste, o cade il mondo,
o il centro ha fin sotto il terrestre pondo.

 

 

Dubbio I
Porzia fedel s’avea fatto chiavare 
molt’anni col consenso del marito, 
ma perché non poté mai figli fare, 
ell’era da ciascun mostrata a dito: 
un astuto villan fece chiamare 
e fe’ di figli un numero infinito; 
or il marito l’ha per vituperio, 
utrum possa accusarla d’adulterio?

 

Risoluzione I
La legge adulter singulare, testo, 
dice ad legem Juliam de adulterio: 
quando il marito non accusi presto 
la moglie, che gli fa tal vituperio 
e sa ch’ella molt’anni in disonesto 
modo si dà con altri refrigerio, 
più non la può de crimine accusare 
e a tutta briglia si può far chiavare.

 

 

Le eroiche pazzie, li eroichi umori,
le traditore imprese, il ladro vanto,
le menzogne de l’armi e de gli amori,
di che il mondo coglion si innebria tanto,
i plebei gesti e i bestiali onori
de’ tempi antichi ad alta voce canto,
canto di Carlo e d’ogni paladino
le gran coglionarie di cremesino.

 

 

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto
perché tutti per fotter nati siamo;
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.
E se post mortem fotter fosse onesto,
direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;
e di là fotterem Eva e Adamo,
che trovarno il morir sì disonesto.
– Veramente egli è ver, che se i furfanti
non mangiavan quel frutto traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.
Ma lasciam’ir le ciance, e sino al core
ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti
l’anima, ch’in sul cazzo or nasce or muore;
e se possibil fore,
non mi tener della potta anche i coglioni,
d’ogni piacer fortuni testimoni.

 

 

Questi nostri sonetti fatti a cazzi,
soggetti sol di cazzi, culi e potte,
e che son fatti a culi, a cazzi, a potte,
s’assomigliano a voi, visi di cazzi.
Almen l’armi portaste al mondo, o cazzi,
e v’ascondete in culi e nelle potte,
poeti fatti a cazzi, a culi, a potte,
prodotti da gran potte e da gran cazzi.
E s’il furor vi manca ancora, o cazzi,
sarete e tornerete becca-potte,
come il più delle volte sono i cazzi.
Qui finisco il soggetto delle potte.
Per entrar nel numero de’ cazzi,
e lascerò voi, cazzi, in culi e in potte.
Chi ha le voglie corrotte
legga cotesta gran coglioneria
che il mal’anno e il mal tempo Dio gli dia!

 

 

Qui voi vedrete le reliquie tutte
Di cazzi orrendi e di potte stupende,
Di più vedrete a far quelle faccende
Allegramente a queste belle putte.

    E dinanzi e di dietro darle tutte
E nelle bocche le lingue a vicende,
Che son cose da farne le leggende,
Altro che di Morgante e di Margutte.

    Io sò che gran piacer n’avrete avuto
A veder dare in potta e’ n cul la stretta,
In modi che mai più non s’è fottuto.

    E come spesso nel vaso si getta
L’odor del pepe e quel dello stranuto,
Che fanno stranutar con molta fretta,

                    Cosi nella barchetta
Del fotter, all’odor, cauti siate,
 Ma dal satiro qui non imparate.

Mettimi un dito in cul, caro vecchione,
E spingi il cazzo dentro a poco a poco;
Alza ben questa gamba e fà buon gioco
Poi mena senza far ripetizione.

    Che per mia fè quest’è il miglior boccone
Che mangiar il pan unto presso il foco,
E s’in potta ti spiace, muta loco
Ch’uomo non v’è che non sia buggerone.

    In potta t’el farò per questa fiata
E in quest’altra, e n’ potta e n’cul il cazzo
Mi farà lieto, e tu lieta e beata.

    E chi vuol esser gran maestro è pazzo,
Ed è proprio un uccel perde giornata
Chi d’altro che di fotter ha solazzo.

                    E creppi in un palazzo
Ser cortigian, e aspetti ch’il tal muoja,
Ch’io bramo per me sol trarme la foja.

 Questo è pur un bel cazzo lungo e grosso,
Se m’ami, o caro, lasciamel vedere,
Vogliam provare s’io saprò tenere
Questo cazzo in la potta, or monta adosso.

    Come s’io el vo provar? Come s’io posso?
Piuttosto questo che mangiare e bere,
Ma s’io vel metto poi stando a sedere,
Farovvi mal…? Quest’è il pensier del Rosso.

    Gettati dunque in letto, e nello spazzo
Sopra di me, che se Marforio fosse,
 un gigante di bronzo avrei solazzo.

    Perche mi tocchi le midolla e l’osse
Con questo tuo si venerabil cazzo,
Che guarisce le potte della tosse.

                    Aprite ben le coscie,
Che potrem delle donne aver vedute
Meglio vestite, ma non fottute.

 

 

Istrione del prologo: Io avevo imparato un certo proemio, diceria, sermone, filostoccola, intemerata o prologo che se sia, e ve’l volevo recitare per amor de un mio amico, ma ognun mi vuole in pasticci. Ma se voi siate savi: Plaudite et valete!
Istrione dell’argomento: Come Plaudite et valete? Donque io ho durato tanta fatica a comporre questo argumento, serviziale, cristioro o quel che diavol si chiami, et ora vuoi ch’io lo getti via? Per mia fe’, che tu hai magior torto che ‘l campanile de Pisa e che la superchiaria.

 

 

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