Citazioni di Fabrizio De André

 

 

 Fabrizio Cristiano De André, noto semplicemente come Fabrizio De André (1940 – 1999), cantautore italiano.

 

 

Citazioni di Fabrizio De André

Buona lettura:

Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.

 

C’è chi è toccato dalla fede e chi si limita a toccare la virtù della speranza, il Dio in cui, nonostante tutto, continuo a sperare, è un’entità al di sopra delle parti, delle fazioni.

 

Cantavo imitando Modugno e d’altronde come si poteva non subire la sua influenza?

 

Caro Andrea, ti sono amico perché sei l’unico prete che non mi vuole mandare in paradiso per forza.

 

Dal punto di vista della qualità, a parte il devastante spettacolo delle aree suburbane, la vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso. I sardi a mio parere deciderebbero meglio se fossero indipendenti all’interno di una comunità europea e mediterranea.

 

Dopo che ci si prende a schiaffi per dieci anni o si diventa amici o ci si ammazza.

 

Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza.

 

E poi a un tratto l’amore scoppiò dappertutto.

 

Genova per me è come una madre. È dove ho imparato a vivere. Mi ha partorito e allevato fino al compimento del trentacinquesimo anno di età: e non è poco, anzi, forse è quasi tutto. Oggi a me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suo carruggi, gli esclusi che avrei poi ritrovato in Sardegna, le “graziose” di via del Campo.

 

Gesù di Nazareth  secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

 

Io ho tentato in tutti i modi di poter essere un uomo. Avrei potuto esprimermi per esempio attraverso la coltivazione dei fiori se fossi vissuto ad Albenga, oppure attraverso l’allevamento delle vacche se non mi avessero venduto di soppiatto una fattoria che avevano i miei nel ’54. Mi è accaduto di fare il cantautore. Il fatto di diventare un artista, in qualche maniera, ti impedisce di diventare uomo in maniera normale. Quindi credo che ad un certo punto della tua vita tu devi recuperare il tempo che hai perduto per fare l’artista per cercare di diventare un uomo.

 

[Paolo Villaggio] L’ho incontrato per la prima volta a Pocol, sopra Cortina; io ero un ragazzino incazzato che parlava sporco; gli piacevo perché ero tormentato, inquieto ed egli lo era altrettanto, solo che era più controllato, forse perché era più grande di me e allora subito si investì della parte del fratello maggiore e mi diceva: “Guarda, tu le parolacce non le devi dire, tu dici le parolacce per essere al centro dell’attenzione, sei uno stronzo”.

 

Tutte le sere quando finisco un concerto desidererei rivolgermi alla gente e dire loro: “tutto quello che avete ascoltato fino adesso è assolutamente falso, così come sono assolutamente veri gli ideali e i sentimenti che mi hanno portato a scrivere queste cose e a cantarle”. Ma con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c’è bisogno di gesti concreti, reali.

 

La fedeltà in fondo che cos’è? Non è altro che un grosso prurito con il divieto assoluto di grattarsi.

 

Mai visto un musicista comunicare col pubblico come sa fare Luciano.

 

Mannerini mi ha insegnato che essere intelligenti non significa tanto accumulare nozioni, quanto selezionarle una volta accumulate, cercando di separare quelle utili da quelle disutili. Questa capacità di analisi, di osservazione, praticamente l’ho imparata da lui. Mi ha anche influenzato a livello politico, rafforzando delle idee che già avevo. Sicuramente è stata una delle figure più importanti della mia vita.

 

Non posso scrivere del Genoa perché sono troppo coinvolto. L’inno non lo faccio perché non amo le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord. Semmai al Genoa avrei scritto una canzone d’amore, ma non lo faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo.

 

Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave dei Costa una caldaia gli era esplosa in faccia. È morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall’alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all’alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima.

 

Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.

 

Questa è una canzone che risale al 1962, dove dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l’errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c’erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute. Oggi noi ci lamentiamo: vedo che c’è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani d’oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri.

Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti?

 

[Sul Festival di Sanremo] Se si trattasse ancora di una gara di ugole, si trattasse cioè di un fatto di corde vocali, la si potrebbe ancora considerare una competizione quasi sportiva, perché le corde vocali sono pure sempre dei muscoli. Nel caso mio, dovrei andare ad esprimere i miei sentimenti, o la tecnica attraverso i quali io riesco ad esprimerli, e credo che questo non possa essere argomento di competizione.

 

Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti.

 

Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a supplicare l’elemosina di un voto: ma non ci vanno a piedi, hanno autobus che sembrano astronavi, treni, aerei: e guardateli quando si fermano a pranzo o a cena: sanno mangiare con coltello e forchetta, e con coltello e forchetta si mangeranno i vostri risparmi. L’Italia appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all’Italia?

 

Vengo da Amburgo, vengo da Francoforte, vengo dalla Sardegna ma vengo soprattutto da Genova. Genova, che tutte le volte che ti ci trovi fuori ti rendi conto che è una città soprattutto da rimpiangere. Nel senso che ci nasci e ci vivi fino a vent’anni – dove un nostro amico poeta diceva che si arde di inconsapevolezza – poi a vent’anni cerchi di trovare lavoro e ti rendi conto che è difficile lavorarci. Allora te ne vai. E dopo che te ne sei andato cominci a rimpiangerla.

 

La vanità, fredda, gioiva:  un uomo s’era ucciso per il suo amore.
(da La ballata dell’amore cieco, n. 1)

 

Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento.
(da Amore che vieni, amore che vai, n. 2)

 

Io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai; amore che vieni, amore che vai.
(da Amore che vieni, amore che vai, n. 2)

 

Tu lo seguisti senza una ragione  come un ragazzo segue l’aquilone.
(da La canzone di Marinella, n. 4)

 

E c’era il sole e avevi gli occhi belli  lui ti baciò le labbra ed i capelli, c’era la luna e avevi gli occhi stanchi  lui pose le sue mani sui tuoi fianchi.
(da La canzone di Marinella, n. 4)

Furono baci e furono sorrisi  poi furono soltanto i fiordalisi  che videro con gli occhi delle stelle  fremere al vento e ai baci la tua pelle.
(da La canzone di Marinella, n. 4)

 

Prima con una carezza ed un bacino,  poi si passò decisi sul pompino e sotto la minaccia del rasoio  fosti costretta al biascico e all’ingoio.
(strofa censurata di La canzone di Marinella, n. 4)

 

E come tutte le più belle cose  vivesti solo un giorno come le rose.
(da La canzone di Marinella, n. 4)

 

Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte:  porterà sul viso l’ombra d’un sorriso tra le braccia della morte.
(da La città vecchia, n. 6)

 

Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone  forse quella che sola ti può dare una lezione.  Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie,  quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.
(da La città vecchia, n. 6)

 

Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone forse quella che sola ti può dare una lezione.  Quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia, quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia.
(versione censurata de La città vecchia)

 

 

Se tu penserai e giudicherai da buon borghese  li condannerai a cinquemila anni più le spese. Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli,  vittime di questo mondo.
(da La città vecchia, n. 6)

 

Dormi sepolto in un campo di grano  non è la rosa non è il tulipano  che ti fan veglia dall’ombra dei fossi  ma sono mille papaveri rossi.
(da La guerra di Piero, n. 9)

 

Lungo le sponde del mio torrente  voglio che scendano i lucci argentati,  non più i cadaveri dei soldati  portati in braccio dalla corrente.
(Piero: da La guerra di Piero, n. 9)

 

 

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