Kaṭha Upaniṣad aforismi e citazioni

La Katha Upanishad (sanscrito: कठोपनिषद् o कठ उपनिषद्) (Kaṭhopaniṣad) è una delle Upanishad mukhya (primarie), incorporata nelle ultime otto brevi sezioni della scuola Kaṭha del Krishna Yajurveda.
È anche conosciuto come Kāṭhaka Upanishad ed è elencato come numero 3 nel canone Muktika di 108 Upanishad. La Katha Upanishad consiste di due capitoli (Adhyāyas), ciascuno diviso in tre sezioni (Vallis). Il primo Adhyaya è considerato di origine più antica del secondo.  L’Upanishad è la leggendaria storia di un ragazzino, Nachiketa – il figlio di Sage Vajasravasa, che incontra Yama (la divinità indiana della morte). La loro conversazione si evolve in una discussione sulla natura dell’uomo, conoscenza, Atman (Soul, Self) e moksha (liberazione).  La cronologia di Katha Upanishad non è chiara e contestata, e gli studiosi del Buddismo affermano che probabilmente è stato composto dopo i primi testi buddisti (V secolo aEV), e gli studiosi di induismo affermando che probabilmente era composto prima dei primi testi buddisti nella prima parte del 1 ° millennio aC.
Il Kathaka Upanishad è un importante corpus sanscrito antico delle sotto-scuole Vedanta e un Śruti influente nelle diverse scuole dell’Induismo. Asserisce che “l’Atman (Anima, Sé) esiste”, insegna il precetto “cerca la Conoscenza del Sé che è la Beatitudine Superiore”, ed espone su questa premessa come le altre Upanishad primarie dell’Induismo. L’Upanishad presenta idee che contrastano l’Hinduismo con l’affermazione del Buddismo secondo cui “Anima, Sé non esiste” e il precetto del Buddismo che si dovrebbe cercare “La Vacuità (Śūnyatā) che è la Beatitudine Più Alta”. Gli insegnamenti dettagliati di Katha Upanishad sono stati variamente interpretati, come Dvaita (dualistico)  e come Advaita (non dualistico). È tra le Upanishad più studiate. Katha Upanishad fu tradotta in persiano nel XVII secolo, le cui copie furono poi tradotte in latino e distribuite in Europa. Max Müller e molti altri lo hanno tradotto. Altri filosofi come Arthur Schopenhauer lo elogiarono, Edwin Arnold lo rese in versi come “Il segreto della morte”, e Ralph Waldo Emerson attribuì a Katha Upanishad la storia centrale alla fine del suo saggio Immortalità, così come il suo poema “Brahma”

 

Nel mondo del cielo non v’è traccia di paura. Tu, o Morte, non sei là. Là non si teme la vecchiaia. Trascese sete e fame e superato il dolore, un uomo esulta nel mondo del cielo. Tu conosci, o Morte, il fuoco che conduce al cielo. Dichiaralo a me che son degno di fede: come partecipano dell’immortalità gli abitanti del cielo? Questo io scelgo come mio secondo dono.
(I, 12-13; 2001)

 

Questo ātman non è conseguibile mediante spiegazioni, mediante intelletto oppure mediante studio, per quanto grande; esso può essere ottenuto da colui che egli stesso sceglie; è per costui che l’ātman riveste il suo corpo.
(I, 22; 2007)

 

Ma colui, il quale è privo di discernimento, non avendo il controllo della mente è sempre impuro. Costui non consegue quella mèta e continua a peregrinare nel divenire ciclico.
(I, III, 7; 2010)

 

Coloro che, vagando nell’ignoranza, si credono dei sapienti, saggi di per se stessi, girano in tondo correndo da ogni parte, ma sono dei folli, simili a ciechi guidati da un cieco.
(II, 5; 1999)

 

Quella parola che tutti i Veda testimoniano e alla quale tutte le pratiche ascetiche fanno riferimento, mirando alla quale [gli uomini] intraprendono il brahmacarya, quella parola ti esporrò sinteticamente: essa è Oṁ.
(I, II, 15; 2010)

 

Se l’uccisore crede di uccidere, se l’ucciso crede di essere ucciso, né l’uno né l’altro hanno la conoscenza vera: in realtà non vi è né uccisore né ucciso.
(II, 19; 1999)

 

Sappi che l’anima [atman] è il padrone del carro, che il corpo è il carro stesso, la ragione è il cocchiere e le redini sono il pensiero. I sensi sono i cavalli, il loro percorso sono gli oggetti dei sensi. Gli esperti chiamano agente di gioia ciò che ha anima, sensi e pensiero.
I sensi di colui che è privo della conoscenza e il cui desiderio mai è aggiogato, non sono sottomessi. Sono come i cattivi cavalli per il cocchiere. I sensi cli colui che ha la conoscenza e il cui pensiero è sempre aggiogato sono sottomessi. Sono come i buoni cavalli per il cocchiere.
Colui che è privo della conoscenza e il cui pensiero è sempre impuro, non giunge alla meta, e rientra nel giro delle rinascite. Colui che ha conoscenza e il cui pensiero è sempre puro, giunge là dove più non si rinasce.
L’uomo che ha per cocchiere la conoscenza, per redini il pensiero, giunge all’altra riva, alla meta, al luogo supremo, poiché di là dai sensi vi sono gli oggetti, di là dagli oggetti vi è il pensiero, di là dal pensiero vi è la ragione, e di là dalla ragione il Grande Sé.
Di là dal Grande Sé vi è il Non-manifesto, di là dal Non-manifesto vi è lo Spirito, di là dallo Spirito non v’è nulla: è il termine, è la via più alta.
(III, 3-11; 1999)

 

Nascosto in tutti gli eseri, l’ātman non risplende, ma può essere percepito da quei sottili veggenti  per mezzo della loro sottile e raffinata intelligenza.
(III, 12; 2001)

 

Questo [Puruṣa] è profondamente nascosto in tutti gli esseri: non appare manifestazione come ātman, ma viene realizzato grazie a una intuizione concentrata ed estremamente acuta da coloro che percepiscono le cose più sottili.
(I, III, 12; 2010)

 

Questo ātman puruṣa, che è nascosto in tutte le creature, non si rende visibile: è percepito soltanto dai sottili veggenti dallo spirito fine e acuto.
(I, III, 12; 2007)

 

Come avviene che l’aria, pur essendo una, una volta penetrata nel mondo, si adatta a ogni forma, assumendola, così pure questo ātman, che è insito in ogni creatura, sebbene unico, riempie ogni forma e lo spazio attorno.
(II, 5, 10)

 

È difficile camminare sul filo di un rasoio; così, dice il saggio, è aspro il cammino verso la salvezza.

 

Questo Aśvattha eterno, le cui radici vanno in alto e i rami in basso, è il puro (śukram), il Brahman, ciò che chiamano la Non-Morte. Tutti i mondi riposano in lui!
(VI, I)

 

Non dalla parola, né dalla mente,  né dalla vista può egli mai essere raggiunto. Come, allora, può egli essere percepito  se non esclamando «Egli è»?
(VI, 12; 2001)

 

“Caro padre, a chi mi darai via?” Lo disse un secondo e poi una terza volta. Il padre, preso dall’ira, rispose: “Alla morte, ti do via”.
– Nachiketa, Katha Upanishad,

Diverso è il buono e diverso è il caro, entrambi, avendo obiettivi diversi, incatenano voi uomini; Lui, che sceglie per se stesso il bene, arriva al benessere, lui, che sceglie il caro, perde l’obiettivo. Il buono e il caro si avvicinano all’uomo, L’uomo saggio, riflettendo su entrambi, li distingue; Il saggio sceglie il bene sul caro, Il pazzo, avido e desideroso, sceglie il caro.
-Yama, Katha Upanishad

Lui (l’Atman), difficile da vedere, pieno di mistero, l’Antico, primordiale, nascosto nel profondo, Colui che con lo yoga significa meditazione su se stesso, comprende l’Atman in lui come Dio, Lascia alle spalle la gioia e il dolore.

Il veggente (Atman, Sé) non nasce, né muore, Lui non ha origine da nessuno, né diventa nessuno, Eterno, antico, rimane eterno, non viene ucciso, anche se il corpo viene ucciso. Se l’assassino pensa che uccida, se l’ucciso pensa di essere ucciso, loro non capiscono; perché questo non uccide, né quello ucciso. Il Sé (Atman), più piccolo che piccolo, più grande che grande, è nascosto nel cuore di ogni creatura, Liberi dall’avarizia, liberi dal dolore, pacifici e contenti, vede la gloria suprema di Atman.
– Katha Upanishad,

Sappi che l’Atman è il cavaliere nel carro, e il corpo è il carro, Sappi che il Buddhi (intelligenza, capacità di ragionare) è l’auriga, e Manas (la mente) è le redini. I sensi sono chiamati i cavalli, gli oggetti dei sensi sono i loro percorsi, Formato dall’unione dell’Atman, i sensi e la mente, lui chiamano il “goditore”.
– Katha Upanishad,

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